LA SOLITUDINE DEGLI ASSEDIATI

In un momento in cui siamo continuamente bombardati di notizie, a volte contrastanti, sulle fasi dell’invasione dell’Ucraina da parte delle forze militari russe, mi è sembrato opportuno mettere alla vostra attenzione un’altra “voce” che può aiutarci a comprendere meglio le vicende.

Articolo di George G. Grabowicz, comparso su Eurozine

“La solitudine degli assediati”

Gli Ucraini devono affrontare un nemico molto più potente. E hanno bisogno dell’aiuto dell’Europa.

L’attacco sferrato dalla Russia di Putin contro l’Ucraina diventerà un nuovo, triste spartiacque della storia dei nostri tempi. L’offensiva è arrivata al termine di un processo graduale e di varie “prove generali”:l’annessione della Crimea nel 2014, gli otto anni di guerra a bassa intensità nel Donbass e , prima ancora, l’invasione e l’annessione della Georgia e della Moldova, e la devastazione della Cecenia e della sua capitale Groznyj. Il tutto preceduto da secoli di espansione imperialista russa.

Eppure nelle vicende storiche dell’Europa postbellica, questa guerra si distingue per ampiezza e caratteristiche. Senza alcuna provocazione e con un’evidente aggressione, la Russia, un regime autoritario, ha attaccato con tutta la sua potenza militare un paese vicino, teoricamente “fratello” e per di più slavo, sostenendo di volersi solo difendere da una minaccia alla sua stessa esistenza.

La giustificazione di Mosca contiene una parte della verità: per una dittatura la democrazia è sempre una monaccia.

Dal discorso del presidente Putin alla vigilia dell’attacco e dalle sue precedenti prese di posizione si capisce che la base ideologica per l’aggressione è costruita su menzogne imperialiste e distorsioni della storia. Queste menzogne suggeriscono che l’Ucraina non sia mai stata uno stato e non abbia mai avuto una cultura, e che dunque non abbia le caratteristiche necessarie per giustificare, di fatto e di diritto, la sua indipendenza.

Secondo quest’ottica, l’Ucraina può esere una provincia o un’appendice della Russia, o al massimo uno stato vassallo nella sua orbita.

Nel nazionalismo aggressivo di Putin, nel suo desiderio di vendicare torti passati, riportando indietro le lancette della storia(a cominciare dalla caduta dell’Unione Sovietica), e nella sua convinzione di avere la missione di ripristinare la grandezza della Russia, c’è un atteggiamento che ricorda quello di Hitler alla vigilia e durante la seconda guerra mondiale.

Un aspetto caratteristico di questa tattica da dittatore contemporaneo è la “zombificazione” dei propri concittadini, ottenuta proiettando sull’avversario delle categorie come “nazismo” e “militarismo, che in  realtà si adattano meglio a Putin e alla società che sta costruendo.

La sconfitta di “nazismo, estremismo e militarismo” dovrebbe avvenire imponendo a Kiev un governo fantoccio, limitando o distruggendo la società civile e i mezzi di comunicazione liberi e, come succede in Russia, arrestando tutti i “sovversivi” e i dissidenti, compresi i russi e i bielorussi che sono andati a vivere in Ucraina per sfuggire al regime di Putin e del dittatore biellorusso Aljaksandr Lukasencko. L’esistenza di una lista accuratamente compilata con i nomi degli oppositori ucraini che saranno arrestati e “neutralizzati” è stata rivelata dai servizi segreti statunitensi, la cui accuratezza per ora si è dimostrata impeccabile.

In questa guerra l’Ucraina è sola davanti a una Russia molto più potente, dotata di armi atomiche e sottomessa al volere di Putin. A prescindere dall’empatia con cui i mezzi d’informazione e i politici statunitensi ed europei  tratteranno l’Ucraina, gli ucraini rimarranno soli. Le sanzioni sono importanti e le armi aiutano, ma in fondo il popolo ucraino è abbandonato al suo destino.

La giustificazione di quest’abbandono è apparentemente semplice: l’Ucraina non fa parte della NATO e solo i paesi i paesi della NATO possono contare sulla difesa collettiva dell’alleanza. Il fatto che per vari motivi l’Ucraina non sia potuta centrare  nella NATO quando c’è stata la possibilità è opportunamente dimenticato, anche se con il cosiddetto memorandum di Budapest del 1994 il paese ha ceduto il proprio arsenale nucleare in cambio di “garanzie di ferro”, da parte dell’occidente e della Russia, sulla sua sovranità, indipendenza ed integrità territoriale.

Detto questo, la difesa dell’Ucraina è una questione morale ed esistenziale per l’occidente e il mondo democratico. Oggi questa considerazione prevale sui discorsi formali sulle scadenze e le opportunità mancate.

Difendendo l’Ucraina, il mondo democratico difenderà anche se steso e il suo diritto morale a sopravvivere. Senza un intervento, invece, gli occidentali continueranno a demoralizzarsi e a dividersi, esponendosi a ulteriori invasioni  da parte di un nemico che ne desidera la distruzione.

Davvero la storia e i fatti che si svolgono davanti ai nostri occhi non ci hanno insegnato nulla? Per parafrasare il poeta, nessun paese “è un’isola, completo in se stesso”, ma “è un pezzo del continente, una parte del tutto”.

George G. Grabowicz è un critico letterario e studioso di letteratura ucraina, russa e polacca. Insegna ad Harvard e dirige la rivista culturale ucraina Krytyka.

6 MARZO 2022

La Sezione provinciale UNUCI di Pesaro-Urbino “nasce” nel capoluogo intorno agli anni ‘30, per volontà di alcuni Ufficiali non più in servizio, ma deliberatamente e visceralmente intenzionati a mantenere, anche dopo avere riposto nell’armadio divisa ed elmetto, medaglie e sciarpa, intatta la loro dedizione alla Patria ed i valori propri dei Soldati e dei Signori Ufficiali in particolare.

La sede storica della Sezione è stata fino alla fine degli anni ‘80 quella di Via Baldassini, nell’omonimo e nobiliare palazzo del centro storico della città, a due passi dal Palazzo del Governo in Piazza del Popolo (che la tradizione vuole abbia ospitato Lucrezia Borgia) e del decumano cittadino, già “chiuso” a nord da Porta Rimini e dall’antico ghetto e modernamente (da sempre) aperto sulle acciottolate, invitanti rive dell’Adriatico che portano alla vicina costa romagnola da una parte ed a Fano appunto a sud, via via sino a Pescara ed oltre.

La Sezione può contare in atto su un apprezzabile numero di iscritti dell’intera provincia; è molto attiva nel comparto dell’addestramento (e non solo); partecipa con una apposita e ben agguerrita squadra di valenti tiratori alle competizioni organizzate dalla Sezione e da quelle viciniori; è “gemellata” con le Sezioni di Lugo (RA) e di Camerino (MC); sviluppa in modo particolare la “comunicazione“ interattiva a più ampio raggio, pubblicando in tempo reale sul proprio Sito (www.unucipesarourbino.it) tutte le attività/iniziative che si svolgono; è intitolata al Ten. (A) Franco Michelini Tocci, M.O.V.M (alla memoria); ha la sua attuale sede presso il poligono di Tiro a Segno in via Condotti 76.

Un omaggio al Ten. Franco Michelini Tocci

Terzo di quattro figli – il padre Comm. Agostino, avvocato e Presidente provinciale – Franco MICHELINI TOCCI è nato a Cagli il 28 Febbraio 1899.
Studente con profitto, si era iscritto alla facoltà di ingegneria presso l’Università di Roma benché la famiglia, nobili proprietari terrieri, avesse per lui previsto indirizzi professionali più consoni ai propri interessi.
Con la Grande Guerra in corso, veniva chiamato alle armi nel 1917 mentre stava frequentando il primo anno universitario.
Allievo Ufficiale alla Scuola di Fanteria a Caserta, ne usciva Sottotenente assegnato al 6° Reggimento Alpini. Dopo CaporettoFranco era uno dei tanti “ragazzi del 99” che con grande entusiasmo e generoso slancio contribuirono in modo determinante ad invertire le sorti del Conflitto e creare le premesse per il suo vittorioso epilogo.   Non senza un grande tributo di sangue.
E a Cima Valderoa si immolava anche il giovane Sottotenente, mentre alla testa dei suoi uomini guidava l’ennesimo contrassalto, riordinando le fila dopo una prima sosta e incitando poi a rendere più travolgente l’impeto dell’azione.  Incurante del nutrito fuoco opposto dal nemico con mitragliatrici e bombe a mano, faceva di sè stesso un esempio da seguire ma anche un “bersaglio” da abbattere.    Fu una bomba a mano, esplosa ai suoi piedi, che – pistola in pugno – lo fece cadere con il ventre squarciato.
Secondo concordi testimonianze – conscio della fine – pregava compagni e soccorritori di lasciarlo solo per continuare l’azione in corso con rinnovata determinazione palesandosi la vittoria ormai certa.

La motivazione della medaglia d’oro al valore militare concessa alla memoria di questo eroico adolescente con Regio Decreto il 19 agosto 1921, rievoca il fulgido esempio:

Educato ai più nobili ideali, ebbe, ancora giovinetto, sicura coscienza e ferma fede nei gloriosi destini della Patria. Ogni suo pensiero ed ogni sua azione furono un inno all’Italia, principio e fine del suo vivo amore. Nominato ufficiale degli alpini esultò di poter dare forza col braccio alla sua fede ed alla prima prova col nemico; comandante di un’ondata d’assalto contro una formidabile posizione, conduceva con grande slancio e sprezzo del pericolo i suoi soldati, nonostante l’intenso fuoco avversario di mitragliatrici e di bombe a mano, producente gravissime perdite. Costretto ad una prima sosta, raccolti i superstiti, si slanciava nuovamente all’assalto e giungeva primo sulla trincea nemica, ove cadeva eroicamente, rifiutando il soccorso dei suoi soldati e rincuorandoli, dicendo loro: “Non pensate a me… avanti alpini! ci sorride la vittoria!”. Fulgido esempio di alte virtù civili e militari.Monte Valderoa, 27 ottobre 1918